Khalifa ‘an author with literary depth comparable to Faulkner and Garcia Marquez’

25 May 2011 104 views No Comment Email This Post Email This Post Print This Post Print This Post


Khalifa writes between dictatorship and terrorism

A review by Fulvio Panzeri for Avvenire

In praise of hatred is a must read for several reasons. First of all, the book introduces us to a new author in the world of Arabic literature, who has great literary depth, comparable to Faulkner and Garcia Marquez, which Khalifa cites as his preferred authors, but who do not have a profound influence on his writing. Another name seems to linger between the lines of this novel, and that is perhaps the name of Gibran, especially for the longing moral sense of freedom, that the complex story seems to suggest.

Khaled Khalifa was born in 1964 in a village near Aleppo, the fifth of thirteen children. After studying law, he founded the literary magazine “Aleph”, banned after a few months by Syrian censorship.Today he lives in Damascus where he writes for film and television. This novel does not go unnoticed by the Syrian censorship when it was published in 2006, then republished in 2007 in Lebanon for a wider circulation, before it finally joined the six finalists of the first edition of ‘Arabic Booker Prize’, launched in Abu Dhabi on the model of the British Booker Prize. A fine mark of recognition for an author who demonstrates strength in the orchestration of interweaving stories, even in the most dramatic cases, as in this novel that stands out against all forms of extremism, may they be revealed in the form of dictatorship, or Islamic terrorism.

The other interest of this book is that it tells us the recent history of Syria, in such precise, strong, transparent ways, that this novel is more interesting than a non fictive essay. For example, through one of the many characters that populate this story, there is also a reference to the formation of Al Qaeda. The approach is that of a classical narrative, with a first-person voice that pulls the strings of the story. The voice is that of a girl, a young university student, who grew up in an old traditional house in the heart of Aleppo under the influence of a very conservative uncle. She embodies the “opposition” to the climate of hate that lingers in Syria in the eighties. A place where some historical facts, such as the one that lies at the heart of the novel, are absolutely meaningful for the understanding of what has happened in these years, and for the interpretation of the drift of Islam towards terrorism – which, according to Khaled Khalifa, is not of the same nature as Islam, but a perversion and degeneration of it.

Yet the book presents itself as the story of a family dominated by the aunts figures, characters of extraordinary and sarcastic lightness. They are denied their destiny. Take Safa, an enthusiast of love songs, who is later is forced by her husband, a zealous Yemeni, to wear the veil and to forget about her romantic dreams. It turns out that, in his travels to Yemen and Afghanistan, lurks an active participation in the international terrorism, supported by Benladen. Such is how the narrator describes him while in Afghanistan, committed to distributing funds to support the mujahideen resistance against the Soviets: “To my eyes, it was one of the companions of the Prophet that I drew on my notebook, in the form of hawks that threw themselves out of their nests in the mountains, to devour the liver of their enemies”. And what about Maryam, who only reads romance novels, and defends what has been the pride and prestige of the family, the trade in precious carpets. What about our witnessing of Aunt Marwa’s betrayal for an officer of the Baath, a disgrace to the family.

At the heart of the novel, however, lies the confrontation between Hafez El Assad’s regime and Islamic extremism, that culminates in the crackdown on the town of Hama in the early ’80s , where the military killed tens of thousands of people. When the siege ended, “the city was like a mother who had lost her children. The tanks retreated in pistachio orchards. In the eyes of the people were fear and sadness.”
The writer describes those days as the struggle of two fundamentalisms that although of different natures (dictatorship and fundamentalism) pursued the same thing: “the culture of the elimination’. The title of the novel is strong and provocative, but also explains the change that has occurred in Islam, distorting its culture. The novel’s claim is that hatred and extremism are not born from Islam as a religion. They have cultural roots that, in the eighties, found support in individuals who backed political Islam, which created a form of praise of hatred. Here, the mechanisms are explained.

This article was translated from the Italian using Google Translate. Below the original Italian version.

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Khalifa, scrivere tra dittatura e terrorismo

Fulvio Panzeri, Avvenire

Elogio dell’odio è un romanzo da leggere per vari motivi. Innanzitutto ci fa conoscere un autore nuovo del mondo della letteratura araba, che ha grande spessore di scrittura, paragonato a Faulkner e a Garda Marquez, in quanto citati dall’autore come autori che predilige, che però non incidono profondamente sulla sua scrittura, mentre c’è un nome diverso che sembra aleggiare tra le righe di questo romanzo ed è forse quello di Gibran, soprattutto per la tensione morale e quel senso di libertà anelata che la complessa vicenda sembra suggerire.

Khaled Khalifa è nato nel 1964 in un villaggio vicino ad Aleppo, quinto di tredici figli. Dopo gli studi in Legge, ha fondato la rivista di letteratura “Aleph”, proibita dopo pochi mesi dalla censura siriana. Oggi vive a Damasco dove scrive per il cinema e la televisione. Anche questo romanzo non è passato inosservato alla censura siriana, quando è stato pubblicato nel 2006 e per avere una circolazione più ampia, nel 2007, è stato pubblicato in Libano ed è entrato a far parte dei sei finalisti della prima edizione dell’ Arabic Booker Prize, promosso ad Abu Dhabi sul modello del Booker Prize britannico. Un bel riconoscimento per un autore che si dimostra forte nel condurre e nell’intrecciare le storie, anche le più drammatiche, com’è in questo romanzo che si schiera nettamente contro ogni forma di estremismo, vuoi che si riveli sotto forma di dittatura, vuoi che prenda le sembianze del terrorismo islamico. L’altro motivo d’interesse è che ci racconta la storia più recente della Siria, in modo talmente preciso, forte, lucido, da sembrare più interessante di un saggio. Ad esempio, attraverso uno dei tanti personaggi che affollano questa storia, troviamo anche un riferimento al formarsi di Al Qaeda. L’impostazione narrativa è di stampo classico, con un una voce in prima persona che tiene le fila di una vicenda che obbligatoriamente richiede la coralità dell’assunto per poter essere così d’impatto. E quella di una ragazza, una giovane universitaria, cresciuta in un’antica casa tradizionale nel cuore di Aleppo, sotto l’influenza di uno zio decisamente conservatore. E lei ad incarnare questa “protesta” contro il clima di odio che si respira nella Siria degli anni Ottanta, un luogo dove alcuni fatti storici, come quello che sta al centro del romanzo, sono assolutamente significativi ed indicativi per capire che cosa è successo negli anni successivi, per interpretare la deriva terroristica dell’islam che, secondo Khaled Khalifa, non rappresenta la natura dell’ Islam stesso, ma una sua prevaricazione o degenerazione. Nonostante il libro si presenti come la storia di una famiglia, dominata dalle figure delle zie, figure di straordinaria e sarcastica leggerezza, nei loro destini negati, da quello di Safa, che ama tanto le canzoni d’amore, ma poi è costretta dal marito, zelante yemenita, a portare il velo e a dire addio ai suoi sogni romantici. Si scoprirà che, nel suo viaggiare traYemen e Afghanistan, si annida una sua partecipazione attiva a quel terrorismo internazionale, sostenuto da Benladen. La voce narrante così lo descrive mentre in Afghanistan è impegnato a distribuire i fondi per sostenere i mujaheddin nella resistenza contro i sovietici: «Per me era come uno dei compagni del Profeta che disegnavo sul mio quaderno, in forma di falchi saettanti che si gettavano dai loro nidi sulle montagne per straziare il fegato dei loro nemici e divorarselo». E che dire di Maryam, che legge solo romanzi rosa, e che difende quello che è stato l’orgoglio e il prestigio della famiglia, il commercio di preziosi tappeti. E poi ancora assistiamo al tradimento di zia Marwa per un ufficiale del Baath, un disonore per la famiglia.

Al centro del romanzo però c’è lo scontro tra il regime di Afez Assad e gli estremisti islamici, che nei primi anni ’80 era culminato nella repressione della cittadina di Hama dove i militari avevano ucciso decine di migliaia di persone. Quando l’assedio finisce «la città era come una madre che aveva perso i suoi figli. I carri armati si ritirarono nei frutteti di pistacchi. Negli occhi della gente c’erano paura e tristezza. Lo scrittore racconta quei giorni come la lotta tra due fondamentalismi che seppur di matrice diversa (dittatura e integralismo) perseguono lo stesso obiettivo:«la cultura dell’ eliminazione».
Il titolo del romanzo è forte e provocatorio, ma spiega anche il mutamento che è intervenuto nell’Islam, snaturandone la cultura. La tesi che il romanzo ci racconta è che l’odio e l’estremismo non nascono dall’islam come una religione. Sono il frutto di una radice culturale che negli anni Ottanta ha trovato individui pronti a sostenere un islam politico che ha costruito una forma di elogio dell’odio. Qui ne vengono spiegati i meccanismi.

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